Bob Marley, il fumetto

Fino a quando il colore della
pelle sarà più importante del
colore degli occhi, ci sarà
sempre la guerra.
Bob Marley

Introduzione

Come si scrive una prefazione?
Voi lo sapete? GASP!
La faccenda è grave, perché io dovrei proprio scrivere una prefazione adesso, qui, subito.
Come spiegare con un linguaggio forbito e lineare questo fantasmagorico viaggio a fumetti?
Ditemi, vi prego, ditemi!
Mumble mumble… ehm ehm… potrei forse cominciare dalle fonti di Saverio… ecco, sì! E poi…
ehm ehm… parlarvi un po’ del suo tratto ironico e spiazzante… sì! E infine… bè, infine proporvi
una chiosa degna del miglior Cicerone! Il tutto – naturalmente – condito da buone intenzioni
(le mie, di me medesima in persona, di me Igiaba appartenente alla tribù Tunni di Brava,
Somalia, Africa) e da un pizzico di sana erudizione griot. Tutti felici e contenti, insomma. Soprattutto
io, che mi sgraverei dal compito a buon mercato, con una sola paginetta risicata di
intellettualismi oscuri e arzigogolati.
Ma io, lo ripeto per chi si fosse messo a leggere solo ora e solo da qui, io non so scrivere
prefazioni. Ho tentato di spiegarlo a Saverio e a BeccoGiallo, che sono proprio negata,
ma loro niente, sono stati così dolci da volermi lo stesso. E allora? Cosa dire? Come non
perdere totalmente la faccia?
Per prima cosa potrei dire che il libro di Saverio mi è piaciuto. E non provate a dire ECCHISENEFREGA!,
potrei anche offendermi). Poi potrei dire che mi ha commosso. E aggiungere
che il sangue africano che mi scorre nelle vene ringrazia sentitamente. Ah, c’è anche una
postilla in tutto questo: il libro di Saverio non è da prefazioni, va letto subito, divorato, bevuto,
frullato nell’anima.
Nella mia testa si sono inseguite mille suggestioni. Ho sentito profumi celesti, toccato oggetti
mai visti, ascoltato le risate delle stelle danzanti e visto muse ispiratrici tra le più sagge del
creato. Il fumetto mi ha provocato un cortocircuito di immagini. Una psichedelia di sensazioni.
Proprio mentre mi beavo in queste strane emozioni, mi è apparso dal nulla il tamburo akan.
Non c’è nessun tamburo akan in questo graphic novel di Saverio, ma mi spingo a dire che
tutto quello che troverete qui dentro è come un tamburo akan. Mi è capitato di vedere
un esemplare di questo splendido strumento a Londra. Gironzolavo, e come da migliore
tradizione inglese cercavo di schivare (malamente) alcune gocce di pioggia che parevano avercela proprio con me. Mi trovavo a Russel Square in questa incresciosa situazione (bè,
vorrei vedere voi alle prese con gocce impertinenti come quelle londinesi!) quando i miei
piedi hanno deciso di salvarmi. Senza quasi chiedermelo, i miei pieducci mi hanno teletrasportato
al British Museum. E qui ho visto il tamburo. Era davvero un bellissimo esemplare.
Nelle spiegazioni ho letto che era uno degli esemplari più antichi conservati nel museo.
Per chi non lo sapesse, un tamburo akan parla al cuore degli uomini, e infatti la tradizione li
definisce “tamburi parlanti”. Vengono suonati con bacchette uncinate, e il loro suono ti rimbomba
nell’anima. Nel loro canto si rivela la storia del popolo, delle divinità e degli spiriti. Le
genealogie di eroi e dèi, la flora, la fauna, la potenza del creato.
Ecco, il fumetto di Saverio è proprio così, uguale identico a uno qualsiasi di questi tamburi.
Custodisce le storie e ce le svela. Lo fa con il disegno, l’immagine, il movimento, ma lo fa
anche con il suono. Basta avvicinare un po’ l’orecchio alla carta per sentire quanta musica
c’è dentro. Ci sono gli Art Ensemble of Chicago, c’è Peter Tosh e c’è naturalmente lui, Robert
Nesta Marley, ispirazione e meta di questa storia. La musica domina questo lavoro e ci
sembra dire: “Hey sorella, hey fratello, tendi un po’ l’orecchio e i tuoi sogni saranno realtà.”
È un fumetto “orecchiabile”, quello di Saverio. Si guardano i disegni, si leggono le nuvole, e
si ascoltano anche le melodie. Un comics-akan che ci trasporta nel sentiero delle mille storie
che vi sono contenute. All’inizio ho cercato di trovare un protagonista. Un po’ il Braccio di
Ferro e l’Olivia della situazione. Un po’ Batman e Robin. Poi mi sono accorta che non c’è
nessun Batman, qui, nessuna primadonna. Nessuno è il centro, ma allo stesso modo nessuno
è periferia. Non lo sono la ragazza italiana e il ragazzo senegalese che intavolano una
discussione infinita in una sgarrupata cucina napoletana, non lo è Bob Marley con i suoi
rasta e la sua filosofia, non lo è il trickster Pulcinella-Anansi, non lo è l’occulto Nyame, non
lo è Napoli, non lo è Dakar, non lo è la Giamaica. Alla fine, l’unico protagonista possibile
di questa fantasia a colori siete voi che avete deciso di aprire lo scrigno delle storie. Non
pensate che questa favola non vi riguardi. Non pensate a luoghi esotici. Qui c’è l’umanità
con le sue luci e le sue ombre. C’è la lotta coloniale e le fatiche postcoloniali, c’è la rabbia di
chi vive nei ghetti o di chi è costretto a emigrare, c’è il precariato che ti strozza e la musica
che ti fa rinascere, c’è il bianco e c’è il nero. C’è la donna e c’è l’uomo. C’è Bob Marley e
c’è Saverio Montella.
Ci siamo tutti, insomma. E non è retorica. Semplicemente, è magia.
Igiaba Scego, giornalista e scrittrice, è nata in Italia da una famiglia di origini somale. Tra i
suoi principali interessi ci sono l’Africa, la multiculturalità e i movimenti migratori.